Coronavirus, non solo auto: gli effetti sul mercato ricambi e fornitori

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:00

Il coronavirus non si è limitato a paralizzare l’industria dell’automobile con crolli di mercato drammatici in Europa e negli Stati Uniti ma ha anche paralizzato il mercato e la logistica dei ricambi che, in questo momento, sono quasi tutti bloccati in Cina.

Coronavirus ricambi e fornitori
La linea robotizzata con i bracci meccanici della Kuka nella fabbrica Volkswagen di Zwichau. La carenza di parti di ricambio ha paralizzato anche la produzione automizzata (Photo by RONNY HARTMANN/AFP via Getty Images)

Che la pandemia avrebbe avuto conseguenze drammatiche sul mercato internazionale lo si è capito immediatamente dopo i primi effetti che aveva avuto sulla Cina. Pur reticenze e con molte cose non dette, il colosso industriale ha dovuto rallentare e in qualche caso addirittura spegnere la propria colossale macchina industriale.

Ricambi ostaggio del coronavirus in Cina

La Cina non è soltanto uno dei principali importatori del mondo (anche dal nostro paese) ma è soprattutto il primo esportatore di parti di ricambio dell’industria dell’automobile e rifornisce qualcosa come 34 miliardi di dollari di parti meccaniche, elettroniche ed accessori che finiscono negli stabilimenti americani ed europee. Ad aggravare le già forti tensioni tra l’amministrazione di Donald Trump e la Cina, solo recentemente ammorbidite dopo che anche gli USA sono stati pesantemente colpiti dal coronavirus, sono arrivate le norme che hanno cominciato a regolamentare il trasporto delle merci, molte delle quali sono ancora bloccate in Cina.  

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Coronavirus ricambi e fornitori
Una immagine del gigantesco stabilimento Volkswagen di Wolfsburg, in Germaia dove la produzione di auto e ricambi si è quasi del tutto interrotta (Photo by Maja Hitij/Getty Images)

Il rebus dei ricambi “bloccati”

Si tratta ovviamente di un danno pesantissimo per tutta l’industria mondiale in particolare per quella americana che di quei 34 miliardi di dollari ne investe almeno il 65%. È uno dei paradossi del mercato attuale. Gli Stati Uniti vogliono imporre dazi forti sui prodotti che arrivano dall’estero, la cosa ci riguarda soprattutto per il settore agro-alimentare , ma dall’altra parte ne ha un disperato bisogno e soprattutto ora, dopo la crisi determinata dal coronavirus, non ne potrà fare a meno. E, anche se in questo momento le fabbriche automobilistiche americane sono quasi tutte offline, quando anche l’industria statunitense riprenderà a marciare quelle parti di ricambio, inevitabilmente, verranno a mancare e arriveranno con forte ritardo rispetto alle necessità della produzione.

Lo stesso effetto inevitabilmente riguarderà anche l’Italia e l’Europa dove questa vicenda ha già scatenato una certa preoccupazione perché la catena di approvvigionamento dell’industria automobilistica rischia di subire contraccolpi molto pesanti. Non solo sulle attività dei fornitori ma anche sulle prospettive delle imprese con ulteriori ritardi nelle consegne. Il tutto proprio quando la macchina industriale riprenderà e avrà bisogno di maggiore energia rispetto alla disponibilità delle materie prime.

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