Cinque anni fa, nel settembre 2021, Andrea Kimi Antonelli esordì al Red Bull Ring nella Formula 4 italiana con Prema, a stagione già avviata, iniziando in Austria un percorso nato tra ambizioni, infortuni e una fretta naturale di crescere. Aveva appena quindici anni, un casco ancora molto simile a quello usato nei kart e l’aria di chi stava entrando in un mondo nuovo senza volerlo far pesare troppo. Quel weekend di Spielberg, chiuso con un nono posto e il successo tra i rookie, fu il primo appunto di una storia che oggi viene riletta con occhi diversi.
Kimi Antonelli, il debutto in Formula 4 al Red Bull Ring
Il primo fine settimana di Kimi Antonelli in Formula 4 non ebbe nulla di lineare. Arrivò nel campionato italiano con la stagione già iniziata, su una pista impegnativa come il Red Bull Ring, dove ogni errore si paga e dove il traffico, nelle categorie formative, conta quasi quanto il passo puro. Non era un ingresso comodo. Anzi.
Sui social, in quei giorni, Antonelli mostrava il casco con la curiosità di un ragazzo al primo vero salto: “Cosa ne pensate? Vi piace?”, scriveva, accompagnando le immagini del design che lo aveva seguito fin dai kart. Poi, a weekend concluso, il tono era quello di chi aveva scoperto qualcosa e voleva raccontarlo subito: “Ho concluso a Spielberg! È stato divertente! Sono arrivato primo tra i Rookie e mi sono guadagnato il primo trofeo in una macchina di questo tipo”. Parole semplici, quasi da diario.
La gara principale finì con un nono posto assoluto, in una prova vinta da Leonardo Fornaroli, altro nome cresciuto nel vivaio italiano e oggi impegnato in Formula 2. Per Antonelli, però, quel piazzamento valeva più della classifica nuda: era il primo confronto vero con le monoposto, dopo anni di kart, riflessi veloci e traiettorie imparate centimetro dopo centimetro.
L’infortunio alla gamba e una partenza tutta in salita
Dietro quel debutto c’era anche un problema fisico non secondario. Antonelli rientrava da una frattura alla tibia e al metatarso della gamba sinistra, rimediata nel karting meno di un anno prima, e il passaggio alla monoposto impose subito un adattamento complicato. Il piede del freno, nelle formule, non perdona esitazioni. Serve forza, sensibilità, memoria muscolare.
Lo stesso pilota, raccontando quel periodo, ammise le difficoltà: “In quel primo test usavo solo la gamba destra. È davvero difficile abituarsi”. Poi aggiunse un dettaglio che rende bene la fatica del momento: “Per la maggior parte del tempo mi confondevo perché a volte cercavo di frenare con la sinistra, ma mi rendevo conto di non avere la forza necessaria. È stata dura”. Una frase senza posa, concreta, da ragazzo che non cerca scuse.
In pista, quella condizione si tradusse in un lavoro doppio. Da una parte capire la vettura, dall’altra gestire un gesto tecnico – la frenata – che per un pilota è istinto prima ancora che ragionamento. Solo allora, in quel passaggio stretto tra recupero e debutto, Antonelli cominciò a misurarsi con una delle qualità che gli sarebbero state riconosciute negli anni successivi: la capacità di imparare in fretta, anche quando il contesto non aiuta.
Il test ridotto e la corsa contro il tempo
A complicare il quadro ci fu anche il poco tempo disponibile nei test. Antonelli spiegò di aver potuto girare meno del previsto per un problema alla vettura del compagno di squadra, un contrattempo frequente nelle categorie junior ma pesante per chi deve esordire. “Purtroppo ho potuto fare solo mezza giornata”, raccontò, precisando che il compagno aveva avuto guai tecnici e lui aveva dovuto cedergli la macchina.
Quel dettaglio, apparentemente marginale, pesò sulla preparazione del weekend. “Quando sono arrivato qui non ero proprio pronto”, ammise Antonelli, aggiungendo di non aspettarsi nemmeno di disputare le ultime tre gare della stagione. La chiamata era arrivata in corsa, senza il tempo comodo di costruire un avvicinamento graduale. Eppure la risposta fu immediata: salire in macchina, fare chilometri, sbagliare il meno possibile.
La frase più indicativa, riletta a distanza di cinque anni, resta forse quella finale: “Questo mondo mi piace molto e sto lavorando il più duramente possibile per migliorare ogni volta”. Non una dichiarazione costruita, più una presa d’atto. C’era entusiasmo, certo, ma anche la consapevolezza che la Formula 4 non fosse una passerella. Era il primo filtro serio.
Da Spielberg a Monza, il primo podio e l’inizio del percorso
Il nono posto al Red Bull Ring non fece rumore fuori dagli addetti ai lavori, ma dentro il percorso di Antonelli segnò un punto di partenza preciso. La vittoria tra i rookie diede un segnale, piccolo ma netto: il passo c’era, anche in un weekend arrivato di traverso. Due fine settimana più tardi, a Monza, arrivò il primo podio in Formula 4, su un circuito che per un pilota italiano pesa sempre un po’ di più.
Da lì la crescita prese una direzione riconoscibile. Antonelli continuò a costruire risultati nelle categorie propedeutiche, passando attraverso campionati e circuiti che formano più del talento grezzo: gestione gomme, partenze, corpo a corpo, pressione. Tutto quello che, nei kart, si intuisce; nelle monoposto, invece, si paga sul cronometro.
Riguardato oggi, quel debutto del 2021 restituisce un’immagine meno patinata e più utile del pilota. Non il predestinato già compiuto, ma un quindicenne con una gamba ancora da recuperare, pochi test alle spalle, una macchina da capire e un messaggio sui social scritto con l’euforia del primo trofeo. A Spielberg, in fondo, cominciò così: senza scorciatoie, con qualche difficoltà in più e una fretta sana di imparare.








