Formula 1

Luca Cordero di Montezemolo compie 79 anni: dalla Ferrari alla Fiat, una vita di sfide

Uomo in giacca osserva una monoposto da corsa rossa in officina, con colonnina di ricarica e auto moderna sullo sfondo
Un dirigente osserva una monoposto storica in un’officina, tra tradizione delle corse e accenni alla mobilità elettrica.

Luca Cordero di Montezemolo, volto centrale della Ferrari e dell’industria automobilistica italiana, compie oggi 79 anni, lunedì 31 agosto 2026, dopo una carriera costruita tra Maranello, Torino e i circuiti di Formula 1, dove ha legato il suo nome a 11 Mondiali costruttori e otto titoli piloti conquistati in rosso. Una traiettoria lunga, iniziata da ragazzo nelle corse e arrivata fino al consiglio di amministrazione di McLaren Group, che racconta un pezzo importante dell’Italia dell’auto, quella capace di vincere in pista e vendere sogni su strada.

Dagli esordi con “Nerone” alla Ferrari di Lauda

Prima di diventare uno dei dirigenti più riconoscibili del motorismo italiano, Luca Cordero di Montezemolo aveva provato l’abitacolo da pilota. Nel 1969, a 22 anni, correva con vetture Fiat preparate, tra cui una 500 Giannini, usando lo pseudonimo “Nerone”. Poi arrivarono i rally, la Lancia Fulvia 1.6 Coupé HF del team ufficiale e l’incontro con Cesare Fiorio. Solo allora, nel 1973, si aprirono per lui i cancelli di Maranello: assistente di Enzo Ferrari e responsabile della squadra corse.

Furono anni ruvidi, pieni di pressione e di talento. Sotto la sua gestione la Ferrari visse la stagione di Niki Lauda, del duello con James Hunt, dell’incidente al Nürburgring e del ritorno in pista del pilota austriaco. Una storia che, molti anni dopo, Ron Howard avrebbe portato al cinema con “Rush”. Nel 1977, ultimo anno di quella prima esperienza, arrivarono il terzo titolo costruttori consecutivo e il secondo Mondiale piloti di Lauda. Un’uscita, non un addio.

Il ritorno a Maranello e la squadra di Schumacher

Dopo l’esperienza come responsabile delle relazioni esterne della Fiat, Montezemolo tornò alla Ferrari nel 1991, questa volta da presidente. La situazione, a Maranello, non era semplice: la monoposto era poco competitiva e Alain Prost, con una frase rimasta nella memoria dei tifosi, arrivò a definirla “un camion”. Tra il 1991 e il 1993 non arrivarono vittorie. Un digiuno pesante, per il Cavallino.

La svolta cominciò con la nomina di Jean Todt a team principal, nel 1993. Fu una scelta di metodo, prima ancora che di uomini: riorganizzare la Scuderia, ricostruire fiducia, dare continuità tecnica. Nel 1994 Gerhard Berger riportò la Ferrari al successo nel Gran Premio di Germania; nel 1995 Jean Alesi vinse in Canada, nell’ultima stagione dei motori V12. L’anno dopo arrivò Michael Schumacher, già due volte campione del mondo con la Benetton. Attorno a lui, poco alla volta, Montezemolo e Todt costruirono il gruppo destinato a cambiare la storia recente della Formula 1: Ross Brawn alla direzione tecnica, Rory Byrne all’aerodinamica, uomini di pista e di fabbrica uniti da un obiettivo netto.

Il titolo piloti sfuggì nel 1997, dopo il duello con Jacques Villeneuve, e ancora nel 1998, quando Mika Hakkinen ebbe la meglio all’ultima gara. Ma il percorso era tracciato. Nel 1999 la Ferrari tornò campione tra i costruttori, risultato che mancava dal 1983. Dal 2000 cominciò l’era Schumacher: cinque Mondiali piloti consecutivi, fino al 2004, stagione chiusa con 13 vittorie in 18 Gran Premi. Poi gli ultimi acuti: Kimi Raikkonen campione nel 2007, e i titoli costruttori del 2007 e del 2008.

Le auto stradali e il rilancio della Fiat

La storia di Montezemolo non si è fermata ai box. Alla Ferrari stradale, dove fu anche amministratore delegato dal 1991 al 2006, trovò un marchio da rilanciare nei prodotti, nei processi e nell’immagine. Lui stesso, ricordando il suo arrivo, raccontò con ironia la delusione per la Ferrari 348: “Siete molto sfortunati, perché il vostro nuovo presidente e amministratore delegato è uno sfortunato proprietario di una 348”. Una battuta, ma anche un segnale. Da lì nacque una stagione diversa, con modelli come la F355, prima Ferrari di serie con cambio sequenziale azionabile tramite palette al volante, soluzione arrivata direttamente dalla Formula 1.

Nel 2004 Montezemolo assunse la presidenza del Gruppo Fiat, in un passaggio delicato per l’azienda torinese. I conti erano in rosso, Umberto Agnelli era morto da poco, Giuseppe Morchio aveva lasciato il ruolo di amministratore delegato. Il primo giugno di quell’anno il consiglio di amministrazione nominò Sergio Marchionne alla guida operativa del gruppo. Montezemolo si mosse soprattutto sul piano delle relazioni istituzionali e industriali, mentre Marchionne avviava la ristrutturazione. Tra i simboli di quella stagione resta la nuova Fiat 500, presentata nel 2007. “Venivo da una cultura di attenzione maniacale al dettaglio, ai colori, a tutto”, ha confidato Montezemolo in più occasioni, spiegando di aver cercato di trasferire su quel modello parte del linguaggio imparato a Maranello.

McLaren, elettrico e il futuro dell’auto

A 79 anni, Luca Cordero di Montezemolo resta dentro il mondo dell’automobile. Il suo ingresso nel consiglio di amministrazione di McLaren Group, holding a cui fanno capo la casa di Woking e il team di Formula 1, lo mantiene in una posizione di osservazione diretta su un settore in trasformazione. E da lì continua a intervenire, spesso con giudizi netti, sul futuro dell’industria europea.

Sul tema dell’auto elettrica, Montezemolo ha più volte espresso una posizione prudente. “L’Europa è andata troppo in là”, ha detto, riferendosi alle scelte regolatorie che hanno spinto i costruttori verso una conversione rapida e costosa. Secondo l’ex presidente della Ferrari, la direzione ambientale resta necessaria, ma i tempi e i costi devono essere sostenibili per l’industria. Ha spiegato di vedere l’elettrico come soluzione adatta soprattutto alle vetture cittadine, con batterie piccole e uso urbano, mentre per il resto del mercato considera centrale un ibrido innovativo, capace di unire percorrenza elettrica e motore termico.

Più duro, di recente, il commento sulla Ferrari elettrica indicata come “Luce” nelle cronache di settore. “Se dovessi dire quello che penso farei del male alla Ferrari”, ha ammesso, aggiungendo che a suo giudizio si rischia “la distruzione di un mito”. Parole divisive, come spesso accade quando parla di Maranello. Ma anche il segno di un legame mai davvero sciolto: quello tra Montezemolo, la Ferrari e una certa idea italiana dell’automobile.

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